3 Oct 2016

Rispetto dei diritti fondamentali in ambito europeo: il MAE

Nicola Canestrini

Taggato: MAE, mandato d'arresto europeo, estradizione, Diritti fondamentali, carcere

Rispetto dei diritti fondamentali in ambito europeo tra presunzioni ed effettività. Il decalogo italiano per rilevare nel procedimento MAE il rischio di trattamento carcerario inumano o degradante (contributo di Nicola Canestrini. Giurisprudenza Penale Web, 2016, 10).

(vai al contributo in forma integrale in foramto .pdf)

 

(omissis)

La Corte Italiana di Cassazione non ha tardato ad adeguarsi alla sentenza Aranyosi – Caldararu, dapprima con le sentenze Barbu e Rusu (giungo), Udrea (luglio) e Tornita del mese di agosto 2016[1], e - da ultimo - con la sentenza sempre della sez. VI Penale, del 21 – 26 settembre 2016, n. 40032, L.F.

La Suprema Corte con gli arresti citati afferma chiaramente che

“la circostanza che lo Stato di emissione sia membro dell’Unione europea se da un lato giustifica l’introduzione di regole per la semplificazione delle procedure di cooperazione giudiziaria in materia penale, basate sulla reciproca fiducia e quindi sulla presunzione dell’osservanza dei diritti fondamentali della persona riconosciuti dalla CEDU e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, necessaria al funzionamento dell’Unione stessa, dall’altro non può far tollerare situazioni in cui sia dimostrato che il medesimo Stato, attraverso le sue autorità nazionali, non garantisca l’effettiva protezione di tali diritti[2].

Per poter superare la suddetta presunzione del rispetto dei diritti fondamentali, e’ peraltro necessario dimostrare che sussista il pericolo "concreto" che la persona di cui si chiede la consegna sara’ sottoposta nello Stato di emissione a trattamenti inumani e degradanti, vietati dall’art. 3 CEDU e dall’art. 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’U.E.

A tal fine, l’autorità giudiziaria italiana, quale Stato di esecuzione, qualora stabilisca, sulla base di fonti attendibili, precise e opportunamente aggiornate (quali, ad es. le sentenze della Corte EDU, rapporti ufficiali di organismi internazionali intergovernativi deputati alla tutela dei diritti umani, ecc.), che vi sia il rischio di trattamento inumano o degradante dovuto alle condizioni generali di detenzione nello Stato membro emittente, e tenuto conto dell'espresso motivo di rifiuto della consegna previsto dalla L. n. 69 del 2005, art. 18, comma 1, lett. h), è obbligata a svolgere una verifica specifica, richiedendo informazioni supplementari secondo il “decalogo” da ultimo riassunto dalla Suprema Corte[3]:

1) inoltro all'autorità giudiziaria romena la richiesta di istruttoria complementare, ai sensi dell'art. 16 della I. n. 69 dei 2005, avente ad oggetto le seguenti informazioni:

  • se la persona richiesta in consegna sarà detenuta presso una struttura carceraria;
  • ove sia positivamente riscontrato il primo accertamento, le condizioni di detenzione che saranno riservate all'interessato, al fine di escludere, in concreto, il rischio di un trattamento inumano o degradante (ovvero il nome della struttura in cui sarà detenuto, lo spazio individuale minimo intramurario allo stesso riservato, le condizioni igieniche e di salubrità dell'alloggio; i meccanismi nazionali o internazionali per il controllo delle condizioni effettive di detenzione del consegnando);

2) fissazione, nell'inoltrare la richiesta di informazioni complementari, di un termine adeguato ai tempi necessari allo Stato di emissione per raccogliere le informazioni, richieste, se necessario ricorrendo a tal fine all'assistenza dell'autorità centrale, che, ai sensi dell'art. 16 cit., non potrà comunque essere superiore ai trenta giorni;

3) fissazione di un termine massimo per la ricezione delle informazioni complementari che tenga conto dei termini fissati dall'art. 17 della decisione quadro, ma che sia al contempo adeguato ai tempi necessari allo Stato di emissione per raccogliere le informazioni richieste, se necessario ricorrendo a tal fine all'assistenza dell'autorità centrale;

4) valutazione, una ricevute le informazioni richieste, se resti escluso il rischio concreto di un trattamento inumano e degradante, determinandosi alla consegna ove intervengano informazioni sufficienti ad escludere il rischio del paventato trattamento, rifiutando altrimenti allo «stato degli atti», ai sensi dell'art. 18, comma 1, lett. h) I. n. 69 del 2005, la consegna.

Conclusione: è sempre intollerabile la violazione di diritti fondamentali

L’elaborazione del decalogo potrà forse da stimolo per quelle Corti di Appello che nei procedimenti per l’esecuzione di un Mandato di Arresto Europeo privilegiano un approccio formalistico e non sostanziale al più importante strumento di cooperazione europea in materia penale.

Per quanto le procedure anche in materia di cooperazione giudiziaria europea  possano essere tranquillizzanti, gli arresti della giurisprudenza italiana ed europea citati rimarcano che le medesime procedure - lungi da fondare automatismi - presuppongono la costante verifica di attualità della condivisone dei valori comuni, fra tutti il necessario rispetto dei diritti fondamentali.



[1] Si tratta delle sentenze Sez. 6, n. 23277 del 01/06/2016, Barbu,; Sez. 6, n. 25423 del 14/06/2016, Rusu; Sez. 6, n. 29721 del 08/07/2016, Udrea e Sez. VI., n. 35255 del 18/08/2016, Tornita.

[2] Sentenza Udrea; enfasi nostra.

[3] Sentenza 40032/16 cit.

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