18 Dec 2013

Volume insufficiente e reato di rifiuto di sottoporsi al test 186/7 CdS (Cass.pen., 10925/14 e 5409/15)

Corte di Cassazione

Taggato: Guida in stato di ebbrezza, etilometro

Quando il conducente di un veicolo volutamente riduca al minimo l'espirazione in assenza di una accertata patologia determinante l'insufficiente prova spirometrica, al fine di boicottare o, comunque, falsare la verifica dell'etilometro, e lo strumento non sia stato posto in grado d'indicare la percentuale alcolica presente nell'organismo, risulta integrata l'ipotesi di reato di cui al comma 7 dell'art. 186 Codice della Strada (rifiuto di sottoporsi al test).

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 18 dicembre 2013 – 6 marzo 2014, n. 10925
Presidente Sirena – Relatore Grasso

Ritenuto in fatto

1. Il Tribunale di Mantova, con sentenza 28/9/2011, assolse M.K. dal reato di cui all'art. 186, comma 2, cod. della str., perché il fatto non è previsto dalla legge come reato.
2. La Corte d'appello di Brescia, investita dall'impugnazione del locale Procuratore Generale, con sentenza del 28/1/2013, confermò la sentenza gravata, disponendo, altresì trasmissione degli atti al competente Prefetto in ordine all'illecito amministrativo di cui all'art. 186, cit., comma 2, lett. a).
3. Avverso quest'ultima sentenza il Procuratore generale di Brescia ricorreva per cassazione.
3.1. Con l'unico motivo posto a corredo del ricorso il P.G. locale denunzia grave illogicità e contraddittorietà della sentenza gravata.
Il test spirometrico aveva dato risultati integranti l'ipotesi contravvenzionale di cui alla lett. b) dell'articolo in esame (1,28 e 1,35 g/I) e perfettamente compatibili con le conoscenze di settore riguardanti la cd. curva etilica.
Del tutto illogicamente la Corte territoriale aveva creduto di escludere la sussistenza della prova concernente il grado dello stato alcolico per la ragione che la macchina aveva segnalato il volume insufficiente delle espirazioni effettuate dall'imputato. Una tale conclusione, infatti, era da ritenersi incompatibile con la constatazione che lo strumento, nonostante che il M. avesse soffiato flebilmente nel previsto apparato, era stato ben in condizione di analizzare il dato, indicando il tasso alcolico riscontrato, così validando la prova. Ciò peraltro compatibilmente con le istruzioni che corredavano lo strumento.
Inoltre, la Corte bresciana era incorsa in palese contraddizione mostrando di condividere l'orientamento interpretativo maturato in sede di legittimità, secondo il quale, ricorrendone i presupposti, lo stato d'ebbrezza penalmente rilevante può ricavarsi anche per via sintomatica e, allo stesso tempo, negando che la doppia conferma strumentale fosse inidonea ad affermare un tale stato.

Considerato in diritto

4. Il ricorso è fondato.
La quantità di aria insufflata all'interno della macchina dipende da un atto volontario del soggetto, con la conseguenza che ove il medesimo abbia volutamente ridotto al minimo l'espirazione, al fine di boicottare o, comunque, falsare la verifica, in assenza di una accertata patologia determinante l'insufficiente prova spirometrica, e lo strumento non sia stato posto in grado d'indicare la percentuale alcolica presente nell'organismo, sarebbe gioco forza reputare integrata l'ipotesi di reato di cui al comma 7 dell'art. 186 cit. (rifiuto di sottoporsi al test).
Ove, poi, come nel caso in esame, nonostante l'insufficiente espirazione, sia stato possibile procedere al test, con risultati, peraltro, del tutto coerenti, non v'è alcuna logica ragione per negarne l'attendibilità. Invero, nonostante l'insufficienza dell'aria introdotta lo spirometro è stato, evidentemente, in grado di procedere all'analisi, che, in difetto, avrebbe ricusato con l'indicazione di non validità (in senso conforme si vedano Cass., Sez. IV, n. 30231 del 4/6/2013, Rv. 255870; IV, n. 11499 dell'11/3/2013). In presenza del grave difetto motivazionale sopra riscontrato la sentenza gravata deve essere annullata e gli atti rinviati al giudice di merito per nuova valutazione alla luce delle superiori considerazioni.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Brescia.

 

 

Nota di aggiornamento: in termini, si veda la seguente pronuncia del 2015.

 

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 27 gennaio – 5 febbraio 2015, n. 5409
Presidente Sirena – Relatore Serrao

Ritenuto in fatto

1. La Corte di Appello di Milano, con sentenza del 8/04/2014, ha parzialmente riformato la pronuncia di condanna emessa in data 4/03/2013 dal Tribunale di Milano nei confronti di A.P., concedendo all'imputato il beneficio della non menzione della condanna nel certificato giudiziale spedito a richiesta di privati e confermando la pena irrogata dal giudice di primo grado, pari a mesi cinque di arresto ed euro 1.200,00 di ammenda condizionalmente sospesa, per il reato di cui all'art.186, comma 7, d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285 commesso in Lainate il 29/08/2010.
2. P.A. ricorre per cassazione con due distinti atti di impugnazione censurando la sentenza impugnata per i seguenti motivi:
a) inosservanza dell'art. 14 Prel. in relazione all'interpretazione del termine utilizzato dal legislatore nell'art. 186, comma 7, cod. strada. Il ricorrente lamenta che i giudici di merito abbiano incluso nella categoria del rifiuto tacito o per fatti concludenti il comportamento di colui che per motivi non dipendenti dalla sua volontà non sia riuscito a portare a termine la misurazione, come nel caso concreto, in cui l'insufficienza della quantità di aria soffiata non è dipesa dalla sua volontà ma dallo stato di agitazione in cui versava;
b) erronea applicazione dell'art. 42, quarto comma, cod. pen. con riguardo alla prova della colpevolezza. La circostanza che, pur avendo ricevuto l'avviso delle possibili conseguenze del suo comportamento, P.A. non abbia cambiato atteggiamento dimostrerebbe, secondo il ricorrente, che egli non fosse fisicamente in grado di portare a termine la rilevazione; non avendo egli sottoscritto il verbale di identificazione, ciò costituirebbe indizio dei fatto che non condividesse la contestazione elevata a suo carico e in relazione a tali elementi la sua colpevolezza non poteva ritenersi provata al di là di ogni ragionevole dubbio;
c) contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione in punto di colpevolezza. Il ricorrente si duole che la Corte territoriale abbia valorizzato solo alcuni degli elementi emersi ovvero mai interpretato il suo comportamento omettendo di spiegare perché ha ritenuto che, in linea teorica, fosse possibile una prima insufflazione insufficiente ma non una serie ripetuta, dovendosi al contrario ritenere che un soggetto in forte stato d'ansia si trovi in tale stato d'animo sempre maggiore per l'incapacità di eseguire il test. La motivazione è illogica, si assume, laddove la Corte ha escluso, in ragione dell'attività di Vigile del Fuoco svolta dall'imputato, la tesi difensiva secondo la quale sarebbe stato privo di controllo emotivo;
d) omessa motivazione in relazione alla mancata sostituzione della pena con il lavoro socialmente utile;
e) contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione in punto di mancata concessione delle attenuanti generiche nella massima estensione. Il ricorrente lamenta che la Corte territoriale non abbia indicato quali elementi ha valorizzato per giudicare come estremamente negativo il comportamento dell'imputato in presenza di un fatto che non appare connotato da particolare gravità e deduce che, se la Corte avesse correttamente valutato il suo comportamento, avrebbe dovuto almeno a fini perequativi di pena applicare le circostanze attenuanti generiche nella loro massima estensione;
f) carenza di motivazione in relazione ad una eventuale pronuncia di sentenza ai sensi dell'art. 129 cod. proc. pen. Il ricorrente assume che i giudici di merito avrebbero dovuto ritenere sussistente l'ipotesi di cui all'art. 186 lett.a) cod. strada e pronunciare il proscioglimento perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato.

Considerato in diritto

1. Deve premettersi che, nella verifica della consistenza dei rilievi critici mossi dal ricorrente, la sentenza della Corte territoriale non può essere valutata isolatamente, ma deve essere esaminata in stretta ed essenziale correlazione con la sentenza di primo grado, sviluppandosi entrambe secondo linee logiche e giuridiche pienamente concordanti, ditalchè - sulla base di un consolidato indirizzo della giurisprudenza della Corte di legittimità - deve ritenersi che la motivazione della prima si saldi con quella della seconda fino a formare un solo complessivo corpo argomentativo e un tutto unico e inscindibile (Sez. U, n.6682 del 04/02/1992, Musumeci, Rv. 191229).
2. Esaminando il motivo di ricorso concernente la qualificazione giuridica del fatto, in quanto logicamente antecedente, si tratta di censura infondata.
2.1. Si impone una breve premessa sul disposto di cui all'art.186, comma 7, modificato con decreto-legge 3 agosto 2007, n. 117, conv. con modificazioni dalla I. 2 ottobre 2007, n. 160, il cui art.5, comma 1, lett. c) ha previsto che, «in caso di rifiuto dell'accertamento di cui ai commi 3, 4 o 5 il conducente e' soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 2.500 a euro 10.000». La fattispecie prevista dall'art.186 comma 7, era stata, quindi, depenalizzata con decreto-legge 3 agosto 2007, n.117, convertito con modificazioni dalla 1.2 ottobre 2007, n.160, e qualificata come illecito amministrativo. Con decreto-legge 23 maggio 2008, n.92, convertito con modificazioni dalla 1.24 luglio 2008, n.125, in vigore all'epoca del fatto, la fattispecie è stata nuovamente qualificata come contravvenzione ai sensi dell'art.4, comma 1, lett.d), a mente del quale «Salvo che il fatto costituisca piu' grave reato, in caso dì rifiuto dell'accertamento dì cui ai commi 3, 4 o 5, il conducente e' punito con le pene di cui al comma 2, lettera c)», ossia, a seguito delle modifiche apportate a quest'ultima norma dalla legge 29 luglio 2010, n.120, con l'arresto da sei mesi ad un anno e con l'ammenda da euro 1.500 a euro 6.000.
2.2. I giudici di merito hanno correttamente qualificato come rifiuto di sottoporsi all'accertamento alcolemico la condotta dell'imputato, così descritta: P.A. era stato fermato dai Carabinieri alla guida di una autovettura ed era risultato positivo ad un accertamento preliminare (cosiddetto pre-test); sottoposto a più tentativi di misurazione del tasso alcolemico mediante alcoltest, l'imputato non aveva soffiato in modo adeguato, tale da consentire la misurazione del tasso, pur essendo stato reso edotto delle modalità di esecuzione dei test ed essere stato avvisato delle conseguenze del rifiuto; in particolare, l'imputato aspirava anziché soffiare e, dopo aver ripetuto tale comportamento per quattro o cinque volte, la sua condotta era stata ritenuta elusiva.
2.3. La Corte ha, dunque, ritenuto, in conformità al giudice di primo grado, che il comportamento dell'imputato fosse sussumibile nella fattispecie astratta che prevede la rilevanza penale del rifiuto di sottoporsi all'accertamento dei tasso alcolemico, interpretando come rifiuto la condotta ripetutamente elusiva del metodo idoneo a consentire la rilevazione. Si tratta di corretta qualificazione giuridica del fatto, non essendo previsto che la condotta tipica del reato si debba concretare in un rifiuto verbale. Giova, in proposito, ricordare che nella giurisprudenza della Corte di legittimità è stata ritenuta sussumibile nella fattispecie astratta disciplinata dall'art.186, comma 7, cod. strada anche la condotta ammissiva dello stato di ebbrezza, indirettamente espressiva dei rifiuto di sottoporsi all'accertamento (Sez.4, n.36566 del 18/09/2006, Baruffaldi, Rv. 235371; Sez.4, n.3444 del 12/11/2003, dep. 2004, Simoncelli, Rv. 229784).
2.4. A ciò deve aggiungersi che la condotta tipica del reato contestato si sostanzia nella manifestazione di indisponibilità da parte dell'agente a sottoporsi all'accertamento alcolimetrico (Sez. 4, n. 5909 del 08/01/2013, Giacone, Rv. 254792) e si distingue nettamente dalla condotta costitutiva del reato di guida in stato di ebbrezza, rispetto al cui accertamento si può atteggiare, ancorchè non strutturalmente, in termini di reciproca alternatività allorchè l'attività istruttoria espletata non consenta di desumere aliunde lo stato di alterazione psico-fisica: penalmente rilevante del guidatore.
3. Le censure mosse nel ricorso sul punto concernente l'affermazione di responsabilità penale dell'imputato, che devono essere depurate da tutte le argomentazioni tendenti ad una nuova valutazione del compendio istruttorio, preclusa in sede di legittimità, contrastano in ogni caso con la congruenza e logicità del percorso argomentativo seguito dalla Corte territoriale e con i principi interpretativi espressi dalla Corte di Cassazione in tema di elementi costitutivi del reato in esame. Richiamato quanto già esposto a proposito della condotta tipica dei reato, nella sentenza impugnata si è, infatti, spiegato con motivazione esente da vizi perchè la giustificazione addotta dall'imputato non potesse ritenersi credibile (pag.5). La volontarietà della condotta dell'imputato è stata, inoltre, desunta dall'ulteriore dato istruttorio dal quale emergeva che lo stesso avesse anche dall'esecuzione del test preliminare, effettuato in forma passiva e risultato positivo.
4. Con riguardo al trattamento sanzionatorìo, la pena base irrogata consisteva in mesi sette di arresto ed euro 1.500,00 di ammenda ed è stata ridotta, ai sensi dell'art.62 bis cod. pen., a mesi cinque di arresto ed euro 1.200,00 di ammenda, ossia in misura pari a circa un terzo per la pena detentiva e pari ad un quinto per la pena pecuniaria, dunque nella misura massima per la pena detentiva. La Corte territoriale non era, pertanto, tenuta ad enunciare in maniera articolata gli elementi valutativi seguiti nella determinazione delle riduzioni, essendo l'obbligo motivazionale inversamente proporzionale all'entità della riduzione apportata, né è possibile in questa sede operare un controllo così rigoroso del criterio adottato come quello richiesto dal ricorrente, a fronte di una motivazione che, sul punto, si presenta ampiamente satisfattiva. A ciò deve aggiungersi che la valutazione degli elementi sui quali si fondano la concessione o il diniego delle attenuanti generiche, ovvero il giudizio di comparazione delle circostanze, nonché in generale la determinazione della pena, rientrano nei poteri discrezionali del giudice di merito, il cui esercizio, se effettuato nel rispetto dei parametri valutativi di cui all'art.133 cod.pen., è censurabile in Cassazione solo quando sia frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico. Ciò che qui deve senz'altro escludersi, avendo il giudice fornito adeguata e logica , motivazione con riferimento alle ragioni giustificative della riduzione applicata ai sensi dell'art.62 bis cod. pen.
5. La censura concernente l'omessa motivazione in merito alla domanda di sostituzione della pena con il lavoro socialmente utile avanzata in sede di gravame è, tuttavia, fondata.
5.1. Con riguardo alla questione se, una volta ottenuto il beneficio della sospensione condizionale della pena, l'eventuale sanzione sostitutiva del lavoro di pubblica utilità comporti per il condannato una rinuncia implicita al beneficio medesimo o se sia possibile mantenere tale beneficio nel caso di applicazione della pena sostitutiva, la Corte di Cassazione ha già avuto modo di pronunciarsi nel senso della incompatibilità tra il beneficio della sospensione condizionale della pena e il lavoro di pubblica utilità, evidenziando come di tale sanzione sostitutiva, introdotta dall'art.33 legge 29 luglio 2010, n.120, che ha modificato l'art.186 cod. strada introducendo il comma 9-bis, possono usufruire coloro che siano stati condannati per una delle ipotesi contravvenzionali previste dagli artt.186 e 187 cod. strada, senza necessità del consenso da parte dell'interessato attraverso un'esplicita richiesta di applicazione, essendo sufficiente la semplice non opposizione, e senza necessità che l'imputato indichi le modalità di esecuzione del trattamento sostitutivo (Sez.4, n.15563 del 15/03/2013, Mannetta, Rv.255524), spettando al giudice valutare, anche d'ufficio, l'opportunità di modulare la sanzione in relazione alle concrete esigenze di recupero sociale del condannato. Una volta ritenuta applicabile la sanzione sostitutiva, si deve ritenere che la richiesta in tal senso formulata comporti rinuncia implicita al beneficio della sospensione condizionale della pena eventualmente già concessa, non potendosi pervenire all'applicazione di una sanzione sostitutiva a sua volta condizionalmente sospesa, né potendosi pregiudicare la possibilità per il condannato di usufruire di una modalità di esecuzione della pena diversa e più favorevole.
5.2. Non risulta, comunque, corretta la motivazione che trascuri il motivo di gravame tendente ad ottenere la sostituzione della pena condizionalmente sospesa in primo grado con il lavoro di pubblica utilità, dovendosi ritenere che la disposizione di cui all'art.186, comma 9-bis, cod. strada comporti effetti più favorevoli rispetto alla sospensione condizionale della pena, sia in termini di durata della pena sostitutiva, sia in termini di criteri di ragguaglio, sia in termini di conseguenze finali (comportando il lavoro di pubblica utilità un dimezzamento della sanzione amministrativa della sospensione della patente di guida) (Sez.3, n.20726 del 7/11/2012, dep. 2013, Cinciripini, Rv.254996).
5.3. Conseguentemente, deve ritenersi che la sentenza impugnata sia incorsa nel vizio denunciato per avere omesso di prendere in esame l'istanza di applicazione della sanzione sostitutiva, con ciò violando la regola generale di cui all'art.2 cod. pen. e la norma speciale di cui all'art.186, comma 9-bis, cod. strada, che inibisce al condannato di fruire della sanzione sostitutiva in esame esclusivamente in presenza di due determinate condizioni ostative, ossia la ricorrenza dell'aggravante di cui all'art.186, comma 2-bis, cod. strada e la precedente fruizione di analoga sanzione sostitutiva.
6. La sentenza impugnata va, pertanto, annullata limitatamente al punto concernente la concessa sospensione condizionale della pena ed il correlato diniego della sanzione sostitutiva del lavoro di pubblica utilità, con rinvio alla Corte di Appello di Milano, che dovrà verificare la possibilità di applicare la sanzione sostitutiva del lavoro di pubblica utilità alla luce dei criteri ermeneutici sopra indicati. Ai sensi dell'art.624 cod. proc. pen., deve dichiararsi irrevocabile la parte della sentenza concernente l'accertamento del reato.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla disposta sospensione condizionale e al negato beneficio del lavoro dì pubblica utilità con rinvio sul punto ad altra Sezione della Corte di Appello di Milano. Rigetta nel resto il ricorso e dichiara irrevocabile l'accertamento della responsabilità penale dell'imputato.

 

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