1 Mar 2002

Corte penale internazionale tra idealità ed effettività

Nicola Canestrini

Taggato: Diritto penale internazionale, Crimini di guerra

In occasione di un importante convegno tenutosi a Trento nel 1999, un alto diplomatico italiano ebbe a statuire che "attraverso la realizzazione della Corte Penale Internazionale la comunità internazionale sembra avviata, attraverso il progressivo abbandono di una cultura dell'impunità, verso l'acquisizione di una maggiore responsabilità"[ ].

Nella Corte Penale Internazionale (CPI) si vedrebbe concretizzato dunque lo sforzo di imporre la forza del diritto contro il diritto del più forte.

In effetti, l'adozione dello Statuto della prima giurisdizione penale internazionale a competenza "universale" ed a carattere permanente da parte della conferenza diplomatica di Roma tenutasi tra il 15 giugno ed il 18 luglio del 1999 può essere vista come la realizzazione pratica di un antico ideale: vincolare il potere sovrano a rispettare, anche in tempo di guerra, regole minime di civiltà[ ].

L'idea di ricorrere ad istituzioni giurisdizionali internazionali per giudicare i più gravi crimini commessi da individui risale nei secoli, seppure con fondamenti di legittimità e legalità evidentemente del tutto diversi da quelli dell'età moderna: si pensi, ad esempio, al processo intentato contro il Landvogt Peter von Hagenbach da parte di un tribunale ad hoc costituito dall'Arciduca d'Austria nel 1474 per i terribili crimini (omicidi, stupri, spergiuro ed altre simili malefacta) commessi da lui e dalle sue truppe in danno della città di Breisach, con l'imputazione di "aver calpestato le leggi di Dio e dell'uomo".

Ancora, uno dei primi esempi di codificazione delle leggi di guerra risale al cd. Codice Lieber, promulgato durante la prima guerra di Secessione dal Presidente americano Abraham Lincoln nel 1863, il quale puniva, fra l'altro, "all wanton violence committed against persons in the invaded country, all destruction of property (�), all robbering, all pillage or sacking (�) all rape, wounding, maiming, or killing of such inhabitants" [ ].

E' nel XX secolo tuttavia che il cd. "internazionalismo giudiziario"[ ] viene a maturare: ne è esempio il Trattato di Versailles del 28 giugno 1919, che - dopo aver affermato la responsabilità del Kaiser Willhelm II von Hohenzollern per "supreme offence against international moralità and the sanctity of treaties" - agli articoli 228 e 229 enunciava il diritto delle potenze alleate a costituire una tribunale speciale costituito da giudici designati da Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, Italia e Giappone per giudicare e punire i responsabili di violazioni delle leggi e degli usi di guerra [ ].

Le atrocità della Seconda Guerra Mondiale portarono invece all'instaurazione dei Tribunali Militari Internazionali di Norimberga con il cd. London Agreement dell'8 agosto 1945 e del Tribunale Internazionale Militare per l'Estremo Oriente (Tribunale di Tokyo), istituito con Ordinanza del Comandante Supermo delle Forze Alleate in Medio Oriente MacArthur il 19 gennaio 1946[ ].

Negli stessi anni, Hans Kelsen aveva teorizzato con il celebre manifesto "Peace through law" una strategia istituzionale per il raggiungimento della pace, che attribuiva un ruolo centrale alle funzioni giudiziarie rispetto a quelle esecutive e legislative[ ].

I Tribunali di Norimberga e di Tokyo, aventi competenza sui crimini contro la pace, crimini di guerra e crimini contro l'umanità [ ] hanno rappresentato una pietra miliare nell'affermazione di alcuni fondamentali principi di giustizia penale internazionale, la cui analisi esulerebbe dall'oggetto del presente contributo.

Basti dunque ricordare che fu affermato il principio di responsabilità penale individuale per le più gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, anche quando il comportamento in questione non fosse vietato dalla normativa nazionale (principle II), o anche nel caso in cui si fosse agito per dar corso ad ordini superiori (principle IV); o l'attuazione di alcuni principi essenziali in materia processuale: il diritto ad un fair trial fondato sul contraddittorio e il diritto alla difesa (principle V) [ ].

Sono peraltro note le obiezioni che vennero mosse ai Tribunali citati, dato che gli importanti principi affermati non escludevano tuttavia la parzialità "intrinseca" dei due Tribunali - che infatti non ebbero giurisdizione sui crimini commessi dagli Alleati.

Si trattava infatti in ultima analisi di organismi costituiti post factum, solo limitatamente internazionali, in quanto rappresentativi di una parte minoritaria, anche se politicamente predominante, della comunità internazionale, operanti sotto la spinta di un pesantecondizionamento politico, e dunque organi di parte, strumenti di una giustizia politica dei vincitori sui vinti, di difficile compatibilità con il fondamentale principio di irretroattività della legge penale [ ].

In attesa che prendessero corpo le iniziative di sviluppo e codificazione del diritto internazionale per l'istituzione di una giurisdizione penale internazionale universale ed a carattere permanente con giurisdizione anche sugli individui [ ], il radicalizzarsi delle crisi umanitarie dei primi anni novanta ha portato la comunità internazionale ad istituire due ulteriori tribunali ad hoc per i crimini commessi nella ex-Jugoslavia (1993) ed in Ruanda (1994).

A riprova della maggiore sensibilità della comunità internazionale per il rispetto del diritto umanitario - intendendosi con tale espressione quella parte del diritto dei conflitti armati che mira alla protezione dei militari hors de combat e dei civili non partecipanti alle ostilità - e, più in generale, per la protezione internazionale dei diritti umani risulta anche dalla procedura seguita per l'istituzione dei due tribunali citati. Questi infatti vennero istituiti non già - come in precedenza - su base patrizia, bensì tramite una risoluzione dell'organo "politico" delle NU, il Consiglio di Sicurezza [ ].

Il fatto che tali risoluzioni siano poi state adottate sub Capo VII della Carta delle Nazioni Unite è ulteriore sintomo che la comunità internazionale considera le massicce violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario come atti pericolosi per la pace e la sicurezza internazionale [ ].

Sulla scorta di tali precedenti storici, ed attraverso il fondamentale ed innovativo principio della responsabilità penale internazionale radicata anche in capo agli individui - persone fisiche e non più solamente come individui - organi statali, il 1 luglio 2002 è entrato in vigore dello Statuto della Corte Penale Internazionale [ ].

E' evidente come l'istituzione di un organo giurisdizionale internazionale permanente, che giudicherà nel rispetto dei principi nullum crimen e nulla poena sine lege, a giurisdizione universale (almeno tendenzialmente [ ]) costituisca un fondamentale passo verso una compiuta legalità internazionale.

Il fatto che un organismo internazionale abbia la possibilità, attraverso l'applicazione del principio aut dedere aut iudicare sancito nell'articolo, di sostituirsi sistematicamente ed automaticamente ai giudici nazionali nella giurisdizione penale, materia espressione della sovranità nazionale per eccellenza, è dunque un fatto rivoluzionario.

La punizione dei criminali di guerra potrà dunque diventare un atto di giustizia e non più la prosecuzione delle ostilità in forme apparentemente giudiziarie; valendo la competenza della Corte per vincitori e vinti, sarà fatta salva la natura giuridica (generalità e astrattezza) delle norme punitive, consentendo il raggiungimento di una giustizia penale internazionale imparziale [ ].

In verità, il pericolo di condizionamento politico dll'azione della Corte emerge prima facie dallo stesso Statuto.

Infatti, l'articolo 16 attribuisce al Consiglio di Sicurezza delle NU un vero e proprio diritto di veto, potenzialmente permanente, sull'attività investigativa e/o giurisdizionale della CPI [ ].

La norma, che rappresenta il frutto di una difficile opera di mediazione fra concezioni opposte, riflette la difficoltà di dissociare la giustizia penale internazionale ed il mantenimento della pace: di fatto, la disposizione citata fornisce all'organo delle NU una prerogativa di difficile compatibilità con l'indipendenza della Corte proclamata da diverse disposizioni statutarie.

Il pericolo che il meccanismo di cui all'articolo 16 renda la giustizia penale internazionale ostaggio dei veti del CdS è ancora più preoccupante visto che tale meccanismo è già stato utilizzato a pochi giorni dall'entrata in vigore dello Statuto stesso [ ].

I tentativi di fondare un sistema di legalità internazionale devono ancora una volta fare i conti con i rapporti di forza tra gli attori coinvolti, secondo un meccanismo consueto del diritto internazionale generale - e sui rapporti di forza verranno disputate le prossime prevedibili diatribe.

GIà pubblicato in (c) Rassegna degli Avvocati Italiani 2/2002, Assita Editore, 62

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